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Il target di inflazione del 2% è ancora sostenibile?

Negli ultimi anni, il persistere dell'inflazione ha sollevato un dibattito importante su uno dei fondamenti della politica monetaria moderna: l'obiettivo di inflazione del 2% è ancora realistico, o le banche centrali dovrebbero rivedere tale livello al rialzo per riflettere il nuovo contesto macroeconomico?

Sebbene l'idea di "un po' di realismo” risulti allettante per alcuni, la maggior parte delle banche centrali è restia al cambiamento per motivi di credibilità.

Ma il target del 2% è davvero così inflessibile da richiedere un cambiamento?

Il Target del 2%: un obiettivo più convenzionale che scientifico

È utile ricordare che il target del 2% non nasce da una legge economica immutabile, bensì da una convenzione affermatasi negli anni ’90 che ritiene tale livello sufficientemente basso da preservare il potere d’acquisto della moneta, ma allo stesso tempo abbastanza distante dallo zero da ridurre il rischio di deflazione e consentire margini di manovra alla politica monetaria. In altre parole, il 2% rappresenta un compromesso operativo più che un valore “naturale”.

Nel contesto attuale, caratterizzato da shock dal lato dell’offerta, frammentazione geopolitica e mercati del lavoro più rigidi, alcuni economisti sostengono che questo compromesso possa essere diventato meno efficiente. Tuttavia, riconoscere che l’economia è cambiata non implica automaticamente che l’obiettivo debba essere rivisto.

Gli argomenti a favore di un target più elevato

I sostenitori di un obiettivo di inflazione più alto (ad esempio 3–4%) sottolineano principalmente tre elementi:

  1. Maggiore spazio per i tassi reali negativi in fase recessiva, riducendo il rischio di raggiungere il limite inferiore effettivo dei tassi.

  2. Migliore assorbimento degli shock strutturali, in particolare quelli legati ai costi di produzione e alla riallocazione settoriale.

  3. Minore pressione sulla politica fiscale, che spesso viene chiamata a compensare i limiti della politica monetaria (e viceversa).

Gli scettici però sottolineano che questi argomenti, pur teoricamente solidi, trascurano un aspetto cruciale: le aspettative di inflazione sono un equilibrio fragile, costruito in decenni di coerenza istituzionale.

 

Il vero rischio è disancorare le aspettative

Il punto centrale non è tanto se un’inflazione al 3% sia “gestibile”, ma se i mercati e i cittadini crederebbero davvero che quel 3% sia un nuovo limite credibile e stabile. Una revisione dell’obiettivo, soprattutto a posteriori rispetto a un lungo periodo di inflazione elevata, rischierebbe di essere interpretata come una resa strategica.

In questo senso, il problema non è l’inflessibilità del target, bensì la sua funzione di ancora nominale. Senza un riferimento chiaro e condiviso, il rischio è una maggiore volatilità delle aspettative, che renderebbe l’inflazione stessa più difficile da controllare e più costosa da ridurre in futuro.

 

Il compromesso delle banche centrali

La strada che molte banche centrali stanno implicitamente seguendo è quella di una flessibilità nei tempi, non nei principi. Tollerare deviazioni temporanee, allungare l’orizzonte di rientro e comunicare in modo più trasparente l’incertezza macroeconomica consente di adattarsi al nuovo contesto senza compromettere il capitale reputazionale accumulato.

Per esempio, la BCE utilizza il termine “tolleranza”, indicando la volontà di tollerare un'inflazione leggermente superiore o inferiore al livello del 2%. In modo simile, la Federal Reserve utilizza un quadro denominato “obiettivo di inflazione media flessibile”, che mira a un'inflazione media del 2% “nel tempo”. Tuttavia, non esiste una definizione precisa di quanto esteso questo periodo di tempo possa essere, e non vi è quindi una finestra matematica media rigorosa.

In questo quadro, il 2% continua a funzionare non tanto come un vincolo rigido, ma come un punto focale attorno al quale si coordinano le aspettative di famiglie, imprese e mercati finanziari.

Conclusione

Più che chiedersi se il target del 2% sia “realistico”, la domanda rilevante è se esista oggi un’alternativa che garantisca maggiore stabilità senza erodere la credibilità. Al momento, la risposta sembra negativa. In un mondo più incerto, la tentazione di adattare le regole ai risultati è forte, ma proprio in questi contesti la coerenza istituzionale diventa un bene ancora più prezioso.

Il 2% non è intoccabile in teoria, ma lo è nei fatti: non perché sia perfetto, bensì perché il costo di cambiarlo potrebbe superare di gran lunga i benefici.

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